La manipolazione genetica spiegata con le banane

La manipolazione genetica spiegata con le banane

La banana è un alimento che tutti ben conosciamo e che abbiamo nei nostri frigoriferi, ma potrebbe non essere più così. Questo strano frutto oblungo non è soltanto un ottimo snack mordi e fuggi per le sue straordinarie proprietà nutrizionali (ci aiuta a metabolizzare più facilmente le proteine ed è un’ottima fonte di vitamine e fibre); ma fa parte della nostra dieta da ben 10000 mila anni, e ancora oggi occupa un’enorme fetta della nostra economia: infatti è il frutto più coltivato al mondo (circa 140 milioni di tonnellate all’anno), con un valore di mercato di una decina di miliardi di dollari.

Dietro questa popolarità vi è però un lato oscuro, ovvero la mano dell’uomo. Non molti sanno come viene coltivata la banana, e ancora meno persone sanno che quella che mangiamo noi è il frutto di secoli di manipolazione genetica. In natura la banana è molto meno invitante, infatti è più piccola e con semi molto più grandi che lasciano poco spazio alla tanto amata polpa. A questo punto entriamo in gioco noi, che le abbiamo selezionate fino a renderle quelle che compriamo oggi: grandi, con polpa abbondante e… sterili. Eliminando i semi dall’equazione, abbiamo dovuto trovare una nuova tecnica per generare nuove piante: la soluzione l’abbiamo trovata nella talea, tecnica in cui un pezzo della pianta viene tagliato e piantato da un’altra parte. La talea, seppure abbia vertiginosamente aumentato la produzione, ha eliminato la variabilità genetica intraspecifica creando intere piantagioni composte dallo stesso individuo “clonato” più e più volte.

Tutto ciò ha reso la pianta vulnerabile alle minacce batteriche e fungine, come nel caso della Gros Michel (detta anche Big Mike): questa varietà di banana era considerata la più buona al mondo, ma negli anni ‘50 scomparve tutta d’un tratto, questo accadde a causa del fungo Fusarium oxysporum che per colpa della nostre manipolazioni ebbe la strada spianata. A questo punto divenne popolare quella che tutti noi conosciamo e mangiamo: la Cavendish, varietà inizialmente disprezzata poiché più piccola e meno dolce della Big Mike, che però casualmente risultò essere resistente al sopracitato fungo.

Ma, a causa di una nuova variante del fungo (Fusarium Tropical Race 4), il futuro della Cavendish è a rischio e chissà, forse dovremo adattarci ad una nuova specie di banana ancora più piccola e ancora meno dolce.